Albissola
e la ceramica: un binomio inscindibile che affonda le sue radici
nel tempo. Oggi restano le fornaci industriali e artigianali.
Queste ultime producono pezzi di grande valore artistico: tutte
certificate con i marchi Doc e di Qualità. Sempre aperte
ai visitatori le fornaci albissolesi accolgono nei laboratori
dove i ricordi di un tempo si mescolano con nuove materie.
Pure nelle vie si possono trovare testimonianze di una città che
vive d’arte. Oltre alle botteghe (circa 20 negozi), al
museo, infatti, ci sono la “Passeggiata degli Artisti” e
ben nove gallerie d’arte. La produzione della ceramica,
nacque ad Albissola Marina all’inizio del XV secolo grazie
alla vicina spiaggia sulla quale era facile trovare gli “ingredienti” più adatti:
argilla rossa e terra bianca.
All' inizio le tecniche di lavorazione
era due: le terrecotte ingobbiate e graffite soprattutto
per stoviglie (l’ingobbio è una miscela di
terra bianca e acqua e viene distribuito su un modello
poi cotto. In seguito viene verniciato e cotto nuovamente)
e le maioliche (modello cotto immerso in smalto o maiolica,
poi decorato e cotto). Più recente di quella savonese,
la ceramica delle Albissole si consolidò nel XV
secolo grazie alle risorse presenti sul territorio: argilla
rossa, cave di terra bianca, boschi, spiaggia per l’essiccazione.
Due le lavorazioni: le terrecotte ingobbiate (sostanza
da acqua e terra bianca sull’impasto che viene poi
graffito, cotto, verniciato e cotto nuovamente) e le maioliche
(impasto cotto, smaltato o maiolicato, opacizzato dallo
stagno, infine decorato e cotto). Della fine del ‘400
sono soprattutto piatti e scodelle (giallo- marrone e verde)
con croce a otto raggi oppure boccali (macchie verdi o
marroni).
Con il ‘500 comincia la produzione di piastrelle
da rivestimento in stile a metà tra il Rinascimento
e l’Arte islamica e delle maioliche in azzurro intenso
e blu scuro oppure in smalto bianco con vegetali stilizzati.
Nel 1569 una sola fornace era a Superiore, mentre nel 1612
se ne registrava una pure a Capo e il primo mulino da colore
a Ellera (nel 1640 anche un secondo). Fioriscono la monocromia
azzurra con la decorazione naturalistica e quella più barocca
con figure della Bibbia e della mitologia (soprattutto
sui piatti “reali”, spesso modellati a sbalzo).
Nel 1676, l’albissolese Gerolamo Merega fornì quasi
400 vasi da farmacia a un ospedale genovese (ne conserva
il museo “Trucco”). Moltissime divennero la
varianti e i marchi di fabbrica scudi crociati, pesciolini
e persino la Lanterna (simbolo dei Grosso). Tale stile
dura sino alla metà del ‘700 quando la produzione
entra in crisi. Vasi, vasetti, pentole, oggetti per gli
ordini religiosi restano in misura minore, mentre si affaccia
una nuova moda popolare: la terracotta decorata sotto vernice
particolare che tende al marrone sotto la quale fanno capolino
strisce scure in manganese. Crescono così le fornaci
a Capo (ben 14) e si raggiungono i 25 milioni di pezzi.
Con
l’800 si afferma la “terraglia nera” (terracotta
verniciata in bruno) che entra in crisi alla metà del
secolo. La ceramica si evolve allora nella produzione di
pentolame che durerà sino alla metà del ‘900
grazie al passaggio della linea ferroviaria e dai nuovi
mulini. Solo le fabbriche familiari utilizzano la terra
locale per ottenere una terracotta gialla, rivestita di
ingobbio, verniciata e decorata con stampi. Vanno ricordate
anche le statuine del presepe, i “macachi”,
tipici di Albisola, prodotti a casa con la terra sottratta
da chi lavorava nelle fornaci e venduti alla fiera di Santa
Lucia (13 dicembre) a Savona. Con il ‘900 la ceramica
torna alla ribalta con lo stile liberty e il rinnovato
uso della maiolica (soprattutto la ditta Poggi dal 1862
nella sua fornace a pianta rotonda, unica ad Albisola dove
tutte erano rettangolari o quadrate). Poi arrivano il decò e
il futurismo. Tra le due guerre le ceramiche di Albisola
partecipano alle Esposizioni internazionali (Biennale di
Arti applicate di Monza nel 1923, poi Triennale di Milano)
e a quelle Universali di Parigi (1925- 1937) e Berlino
(1938). Con la II guerra mondiale si chiudono le fabbriche
che trovano però vigore negli anni ’50 con
l’affermazione degli stili informale, figurativo
e astratte; l’industria Fac si distingue per le tazzine
da bar, la Ceal per le stoviglie. Oggi continua la tradizione
della ceramica con artisti locali e stranieri che sperimentano
nuove tecniche e materiali, mantenendo invariata la passione
per un’arte secolare, anche con il supporto di numerosi
Circoli culturali e Gallerie. Le produzioni hanno ottenuto
i Marchi Doc o di qualità. I laboratori sono aperti
alle visite dei turisti che rimarranno sbalorditi dall’abilità dei
maestri, dalle infinite possibilità di plasmare
la materia e piegarla alle proprie sensazioni.